Work Text:
Si potrebbe dire che Giuliano e Andro sono opposti polari:
Giuliano è basso, Andro è alto; Giuliano è loquace, Andro è inquieto; Giuliano è estroverso, Andro è poco più introverso.
Ma una cosa in comune ce l'hanno: suonano entrambi il pianoforte.
E Giuliano, per provare a somigliare a lui e avvicinarselo, sacrificava le sue voglie e faceva tutto ciò che Andro voleva fare. Non che Andro lo obbligasse, ovviamente, era solo Giuliano che decideva di cambiare i suoi piani per andare d'accordo con Andro.
Ad Andro parse strano che Giuliano fosse sempre disponibile a fare quello che voleva lui. Quando lo vedeva con altri diventava tutt'altra persona, sembrava uno che pensava solo ad andare a festini e portarsi a casa ragazze (anche se quest'ultima cosa non riusciva mai a farla). Ed Andro si insospettì. Pensò che Giuliano non fosse altro che un amico falso, oppure che lui, Andro, lo limitasse troppo. In quel caso sarebbe stato Andro l'amico di merda.
In ogni caso Giuliano gli scriveva ogni giorno sul telefonino, e spesso lo chiamava e si raccontavano la propria giornata a vicenda.
“Che roba da gay” pensava Andro, ridendo, ma non gli faceva affatto dispiacere. Anzi.
L'ultimo momento della giornata divenne un traguardo per entrambi, ascoltare la voce l'uno dell'altro era il premio.
Se Giuliano non era solo durante le chiamate, gli altri si convincevano che avesse una ragazza di cui non parlava a nessuno, ma spesso non gli facevano domande a riguardo.
Andro solitamente usciva coi membri della band, e loro sapevano delle sue chiamate quotidiane con Giuliano.
Durante una di quelle chiamate, Andro chiese a Giuliano quando fosse libero.
«Beh, uhhh…» sentì dei rumori, probabilmente Giuliano si girò a controllare il suo calendario. «Giovedì. Vogliamo uscire?» gli chiese dopo poco. Non chiese ad Andro se fosse libero, perché solitamente lo era. «Sì, ci vediamo la sera?» chiese Andro. «Certo. Ma poi che facciamo?».
«Scegli tu». Andro voleva lasciar scegliere a Giuliano, non voleva più sentirsi a comando di tutte le sue azioni.
«No, dai, scegli tu».
«Davvero, scegli tu. Ogni volta che scelgo io facciamo sempre le stesse cose».
Giuliano non rispose per un po’.
«Okay, fammici pensare».
Non voleva fare qualcosa che Andro avrebbe odiato, ma neanche qualcosa che Andro proponeva sempre. Il silenzio durò abbastanza a lungo. L'unica opzione era proporre:
«Ti piacerebbe andare in discoteca?».
Andro non poteva dire di no, si era deciso a rendere contento Giuliano.
«Va bene».
Una risposta che nessuno dei due si sarebbe aspettato.
≠≠≠
Uscirono dalla sala che Andro barcollava. Giuliano lo manteneva e gli rideva vicino, chiedendogli: «Com'è stato?».
«No, sì, bello. Cioè, non è la prima volta che vado in disco, eh» rispose Andro, biascicando. «Pare che non ci andavi da molto» commentò Giuliano, ridacchiando.
Trovarono una panchina e Andro ci si buttò sopra.
«Madonna. Ma tu non sei stanco?» chiese a Giuliano, dopo essersi passato una mano fronte.
«No. Forse perché ci sono più abituato».
Il sorrisino dalla sua faccia non se ne andava. Andro fece un lamento. Giuliano si sedette affianco a lui. «Ti accompagno a casa?» chiese all'altro, e lui senza esitare rispose: «Sì, ma prima voglio stare un po’ seduto».
«Hai ballato troppo?».
«Forse».
Rimasero seduti per tipo 5 minuti.
La macchina di Andro era a un chilometro da dove si erano seduti. Giuliano lo fece alzare e lo mantenne per tutti i 1000 metri, preoccupato che fosse troppo stanco e troppo ubriaco per camminare da solo. Il fatto che era più o meno 15 centimetri più alto di lui non lo aiutava per nulla. Era una cosa fuori dal comune, per Giuliano, sostenere un peso che era tanto maggiore al suo. Nel senso che gli sembrava buffo.
Piuttosto, era Andro che pareva il tipo da sostenere i propri amici ubriachi. Certamente non era l'altezza a dargli il tocco di maturità e responsabilità, però aveva comunque questi due pregi. I due pregi che gli sono stati portati via da Giuliano che l'ha convinto a bere e bere e bere finché non arrivò allo stato di ebbrezza. Pensava che nessuno si potesse ubriacare in quel modo, eppure…
≠≠≠
Nella macchina piccola di Andro ci fu del silenzio. Giuliano aveva l'ansia che qualche vigile lo fermasse. Era il meno ubriaco tra i due, era costretto a guidare.
«Senti, scusa se te lo chiedo…» iniziò, in bisogno di parlare con Andro. «Ma, solitamente, io quando faccio serata dormo a casa di amici. A mia madre dà fastidio che rientro tardi e abbiamo trovato questo accordo, sai…».
Si accorse di star giustificando la sua richiesta in modo eccessivo e si fermò. Andro, forse mezzo addormentato, chiese: «Vuoi dormire a casa mia?».
Giuliano sorrise. «Se non reca disturbo, ecco…» sussurrò.
«Va bene».
Era come un modo di ringraziare per la serata passata insieme.
≠≠≠
Dopo tanti grazie ai cieli per non aver fatto comparire un poliziotto, Giuliano parcheggiò la macchina davanti alla casa di Andro, dove gli fu detto.
Giuliano conosceva la casa del suo amico, ci andava spesso il pomeriggio per suonare il pianoforte insieme a lui.
Quando entrò in casa e poi nella sua camera riconobbe quella pianola dove usavano sedersi l'uno a fianco all'altro per premere i tasti bianchi e neri.
Ora però non era tempo. Giuliano si buttò sul letto di Andro come se fosse a casa propria, e sorrise quando Andro gli disse: «No! Sul letto ci dormo io!».
«E che fai se non mi muovo?».
Andro non rispose. Invece, si buttò addosso a Giuliano, schiacciandolo. Lui rise, provò a farlo sommessamente per non svegliare nessuno, ma non riusciva a trattenersi. Anche Andro rise, «Neanche io mi muovo» disse, ancora biascicando. Giuliano fece una smorfia prima di dire: «Allora non ci muoviamo entrambi».
«Apposto».
Andro si spostò per lasciar respirare Giuliano, che si girò verso di lui. «Davvero vuoi dormire così?» gli chiese, confuso dalla decisione di Andro. «Ti ho detto che non mi muovo» rispose lui, tenendo quel tono giocoso di prima. Giuliano sorrise, guardando la maglia di Andro.
Pochi secondi dopo lo vide addormentato, Giuliano decise di chiudere gli occhi.
≠≠≠
Si svegliò la mattina dopo col braccio di Andro sulla sua testa, in un gesto che pareva un abbraccio. Ma Andro sembrava essere ancora dormiente. Doveva averlo abbracciato sognando. O pensando che fosse un peluche. Chissà, le teorie resero Giuliano di nuovo sonnolento.
Dovevano essere passate alcune ore, e Andro non c’era nel letto. Giuliano si alzò e si passò entrambe le mani sulla faccia, per poi alzarsi e controllare Andro dove fosse.
La testa gli girava ancora, in cucina sentiva dei rumori. Voleva solo vedere Andro un’ultima volta prima di salutarlo e tornare a casa sua.
Lo trovò proprio in cucina a bere un bicchier d’acqua. La maglia che indossava la sera prima non la portava. «Ah, non credevo che ti saresti già svegliato. Scusa le condizioni» disse Andro, guardando il proprio corpo scoperto. Giuliano lo guardò un po’ di tempo.
«Ma non ti preoccupare delle condizioni. Ormai ho dormito insieme a te nel tuo letto, la dignità è andata» disse, con tono ironico. Andro sorrise. «A proposito, ehm…».
Parve che stava per cambiare idea.
«Com’è stato?».
«Cosa com’è stato ?».
Andro si riempì un’altra volta il bicchiere.
«Sai…» fece un sorso. «… Dormire con me».
Giuliano lo guardò e fece finta di essere stranito dalla domanda. Riusciva a sentire il disagio di Andro nell’aria, il silenzio era assordante.
«Mi è piaciuto» rispose, non volendo tenere Andro sulle spine. Lui annuì, bevve un’altra volta.
«Ripeterei l’esperienza» aggiunse. Andro mormorò, con ancora l’acqua in bocca. Deglutì.
«Sì?» chiese.
«Sì».
Si guardarono, Giuliano con un piccolo sorriso. «È così comodo il mio letto?» chiese d’improvviso Andro. Giuliano rise, Andro anche.
«Vabbè, senti. Io devo tornare a casa. Ci vediamo» disse quello più basso, e Andro lo salutò.
“Menomale che è andato” pensò, sentendosi imbarazzato.
Ne è valsa la pena, però, perché se non gli avesse fatto quella domanda se ne sarebbe pentito forse per anni.
La squallida battuta del letto lo salvò da quella che sarebbe sembrata una domanda scomoda e fuori luogo (o almeno così credeva), anche se il “ripeterei l’esperienza” di Giuliano lo rassicurò comunque.
Ripeterebbe l’esperienza.
≠≠≠
Giuliano lo chiamò la sera, alle diciotto. «Hey», aveva un tono più timido del solito.
«Ciao».
Giuliano non ebbe il coraggio di parlare, allora Andro chiese: «Che hai fatto oggi?». L’altro sviò il discorso e disse: «Aspetta, prima che parliamo: ti posso chiedere se sei libero tra qualche ora?».
«Sì, credo di sì. Che è successo?».
Giuliano sorrise. «No, niente, voglio solo vederti».
Andro sentì il tono giocoso con cui parlava. Gli venne da ridere, e Giuliano ascoltò le sue risate compresse dal telefono.
«Che cazzo ridi?» rispose con una risatina.
«Boh, parli come una ragazzina innamorata» e Andro rise peggio di prima.
«Coglione».
«E senti, dove andiamo poi?».
«Dove andiamo di solito. Dove passiamo che sta il ponte?» Giuliano chiese come per dire hai presente?
«Alle dieci?».
«Certo».
«Va bene, ci vediamo allora».
«Ciao».
«Ciao».
Giuliano che sacrificava due serate di fila per stare con Andro. Cosa l’ha posseduto? Andro non ci pensò molto, tanto d’improvviso erano diventati amici stretti.
≠≠≠
Andro aspettò Giuliano al loro solito posto. Era un luogo appartato ma abbastanza vicino al centro abitato ed era il luogo che vide tutte le (poche) esperienze di Andro e Giuliano. Andro stava sotto un palo della luce, l’ultimo della strada, perché fuori era già buio.
Si guardava intorno e pensò che quello fu sempre l’unico luogo in cui aspettò Giuliano. Si chiese se Giuliano utilizzasse quel luogo per incontrare altri suoi amici. Sperò di no, lo sperò tanto.
Vide il suo amico arrivare, lo riconobbe dalla statura. Era ancora lontano, ma Andro riusciva a vedere che aveva un sorriso in faccia e provava a sopprimerlo.
Alzò una mano in saluto e poi se l’appoggiò sulla nuca. Finalmente vicino ad Andro, disse: «Ue».
Andro notò che era vestito meglio del solito. Aveva una camicia color rosso in plaid e i jeans larghi erano stirati. Un po’ male, forse provò a farli da solo.
«Ue! Tutt’apposto?» salutò e chiese Andro. Giuliano annuì.
«Che vogliamo fa’ stasera?» continuò Andro.
«Non so. Per ora voglio stare e parlare un po’».
«Okay. In effetti oggi mi sei sembrato un po’ silenzioso…» Andro si sedette su un muretto.
«Lo so, scusa. Però sento qualcosa di diverso» Giuliano si sedette affianco ad Andro.
«Non scusarti! E cosa?».
Giuliano rimase in silenzio. «… Boh» rispose.
Andro aspettò che aggiungesse qualcosa, ma non lo fece.
«Perché mi dici che vuoi rimanere a parlare se poi non parli?» chiese, con una risata per non sembrare incazzato.
«Non lo so. Sentivo il bisogno di rimanere qui».
Giuliano guardava di fronte a sé, non ad Andro. Quello, più il fatto che pareva meno aperto del solito, più il fatto che era così silenzioso lo fece preoccupare.
«Ma sei sicuro che è tutto apposto?» chiese Andro avvicinandosi al volto di Giuliano. Lui continuava a non guardarlo.
«È che…» fece una breve pausa. «… dico, quando abbiamo dormito insieme, stanotte…» fece un’altra pausa, più lunga.
«… mi è piaciuto davvero tanto. E ci sto pensando da tutta la giornata, non riesco a pensare ad altro».
Giuliano guardò da tutt’altra parte, pur di non incontrare lo sguardo di Andro.
«Ah» rispose lui. Aveva un tono incuriosito. «Vabbè forse è perché sei single» gli spiegò. Giuliano si girò verso di lui. «Hm…».
«Poi che avevi detto? Ripeterei l’esperienza? ».
Giuliano rise, poi Andro disse: «Vogliamo ripetere l’esperienza?» e quello lo prese di sorpresa.
«Oggi?».
«Se facciamo tardi, sì… Poi se torni a casa tardi, a tua madre da fastidio. O no?».
«È vero. Vogliamo fare tardi?».
«Io direi di sì».
«E che facciamo in cinque ore?».
Andro ci pensò su. «Beh…».
«Senti a me. Possiamo anche non fare tardi».
«Vogliamo tornare ora a casa?».
«No, no. Un giro facciamocelo».
≠≠≠
Il giro pareva essere durato anni. Erano entrambi impazienti di tornare a casa di Andro e al suo letto. Ma finalmente erano lì.
Andro si lasciò cadere sul proprio letto, Giuliano si sedette e poi si stese su di lui. Aveva un sorriso che non riusciva a chiudere in alcun modo, la testa si appoggiava sulla spalla di Andro e una mano gli abbracciava il ventre. Andro rise.
«Mi sembri un ricchione» disse.
«Vaffanculo» rispose Giuliano con una risatina.
Una delle mani di Andro era sulla schiena di Giuliano.
«Perché ti piace così tanto?» chiese. «Dormire con me, intendo».
«Non ne ho idea. Forse mi piace dormire e basta» rispose Giuliano. Poi la sua gamba si piegò e avvolse i fianchi di Andro.
E lui si sentì estremamente emozionato. Permettere a Giuliano di appoggiarsi sul suo corpo per dargli il meglio del conforto lo rendeva felice. Poter abbracciare Giuliano lo rendeva felice.
Poterlo abbracciare distesi, da soli, nell’intimità della notte e del sonno. Era incredibile.
Lo strinse a sé, e Giuliano mormorò.
«Che c’è?» chiese, ridacchiando.
Andro non rispose per un po’, Giuliano si avvicinò di più al suo collo.
Oddio, ora Andro poteva sentirlo respirare.
«Niente. Ti voglio bene».
Giuliano mormorò un’altra volta, contento.
«Anch’io» e gli posò un piccolissimo bacio sul collo. Ad Andro mancò il respiro per un momento.
Dopo una decina di minuti Giuliano si addormentò, ma Andro non voleva farlo. Voleva rimanere sveglio, sentire il corpo di Giuliano su di sé, le sue gambe e le sue braccia che lo tenevano, il suo respiro sul suo collo. Guardare in basso, vedere il suo amico. Ma anche chiudere gli occhi non era male, poteva concentrarsi di più sulle altre sensazioni…
Così purtroppo Andro si addormentò.
≠≠≠
Era un’altra volta mattina, la seconda mattina di fila dove Giuliano si svegliava tra le braccia di Andro. Aprì gli occhi e davanti a sé aveva il petto di Andro, sulla testa sentiva il suo respiro e sentiva anche il suo mento e il suo naso. Le sue braccia erano appoggiate sopra Giuliano—quasi come in un abbraccio, un’altra volta. Anche Giuliano era abbracciato ad Andro, le sue mani sul suo ventre.
Gli occhi di Giuliano rimanevano aperti, anche se vedeva poco e niente con la maglia di Andro davanti agli occhi. Sentì Andro respirare in modo diverso, poi muoversi.
Doveva essersi svegliato.
Una mano salì e accarezzò la testa di Giuliano. Lui sentì il suo stesso cuore battere più fortemente.
«Amo–» Andro si fermò prima di finire la parola. Errore fatale.
«Scusa. Sei sveglio?» sussurrò, dopo aver racimolato il coraggio di continuare a parlare.
«Sì».
Allora lo sentì, Giuliano sentì quella parola troncata. E d’improvviso Andro volle andarsene e scappare via per quanto si sentiva a disagio per quella parola che ha quasi detto.
Ci fu tanto silenzio.
«Ti vuoi alzare?».
«Non proprio».
«Dai, faccio il caffè».
E Giuliano si smosse un po’. Andro si allontanò e quello permise a Giuliano di vedere un po’ di luce.
«Che ore sono?» chiese, con gli occhi che gli si chiudevano.
«Le otto».
«E mi hai svegliato già?!».
Andro rise, alzandosi dal letto. «Dai, alzati».
Andro uscì dalla camera da letto e Giuliano lo seguì con uno sbuffo. Arrivarono in cucina e Andro iniziò a preparare la moka per il caffè.
«Com’è stato stavolta?» chiese Andro, come fece il giorno prima. Giuliano pensò a una risposta.
«Meglio. Meglio della prima» le parole erano un po’ confuse, lui era torpido.
Andro sorrise senza nasconderlo.
«Cosa l’ha reso migliore?».
«Non lo so. È stato più caloroso, diciamo».
La moka borbottò, Andro la alzò dal fuoco e versò il caffè nelle tazzine che aveva cacciato dalla credenza. Giuliano si avvicinò e ne prese una.
«Grazie» disse.
«E di che?» chiese Andro.
Giuliano fece un sorso.
«Del caffè e del fatto che mi hai lasciato dormire in casa tua per due notti» ridacchiò.
«Figurati».
Ci fu di nuovo silenzio.
Quando entrambi poggiarono le tazzine sul tavolo, Giuliano prese: «Senti…». Fece un breve respiro. «Ma stamattina, prima di alzarci… Stavi per chiamarmi amore ?».
Andro sentì il mondo cadergli addosso, ma provò a non reagire.
«Sì, per sbaglio. Scusa, stavo ancora mezzo addormentato».
«No, no, vabbè, non importa».
Giuliano non aveva un tono convincente e questo preoccupava Andro.
«Anzi».
E quello cambiò tutto.
Non era contrariato.
≠≠≠
Passarono alcuni giorni che non si sentirono. Cioè, si sentirono solo al telefono. E il mercoledì Giuliano chiamò e disse: «Andiamo alla sala giochi?».
Quella in cui andavano sempre per competere al Flipper o a Street Fighters , sentendosi infantili ma anche contenti.
E quindi andarono alla sala giochi e giocarono al Flipper e giocarono a Street Fighters , e non avevano alcun altro intento per la serata se non buttare soldi.
Al Flipper fece più punti Giuliano, il che era insolito, ma poi fu battuto da Andro all’altro videogioco. Se ne vantò per tutta la serata, e Giuliano non si offendeva ma rideva.
Quella volta non si parlò di ospitare nessuno in casa di nessuno. Andro rimase molto attento riguardo quell’argomento da quando rischiò di chiamare Giuliano amore .
Si chiese perché lo fece e provò a convincersi che fu solo ed esclusivamente perché si stavano coccolando a vicenda. E poi si chiese perché si stavano coccolando a vicenda, stesi in un letto, sotto le coperte e caldi se erano solo amici.
A quello non trovò una risposta.
E intanto voleva solo fare quello. Se pensava o anche guardava Giuliano, immediatamente ripensava agli abbracci e alle carezze che gli diede durante la notte.
Voleva passare ai baci sulla fronte.
≠≠≠
«Madonna, ‘sto sole. Sto a morì».
«Aspe’, però sei bello col sole addosso».
«Cioè?».
«Non lo so, il modo in cui ti bacia la pelle, ti illumina… Stai bene».
«Andro, che sei diventato poeta?».
«Non necessariamente».
≠≠≠
«Vogliamo suonare?».
Andro chiamò Giuliano col solo obbiettivo di invitarlo a casa e suonare la pianola insieme a lui.
«Certo. Arrivo tra dieci minuti».
In dieci minuti, appunto, Giuliano arrivò alla familiare casa di Andro. Quasi quasi si abituò anche all’odore, tante le ore che passò lì.
Portò con sé uno zainetto. Quando arrivò nella stanza di Andro, se lo tolse e lo aprì. Tirò fuori una cartellina trasparente e dentro c’erano degli spartiti.
«Quale vogliamo suonare?».
C’erano stampate sopra delle canzoni da suonare a quattro mani.
«Cosa hai?».
«Ehm… Le jardin de Dolly di Fauré, poi…».
«Ah, sì. Facciamo questa».
Giuliano fece un verso, cacciò dalla cartellina due fogli e li appoggiò sulla pianola, poi disse: «Faccio io la melodia!» e si sedette subito sullo sgabello davanti alla pianola, sorridendo alla faccia neutrale di Andro.
«Tanto l’accompagnamento è più facile» rispose, a bassa voce.
«Scemo» disse anche, a voce più alta.
Si sedette affianco a Giuliano, alla sua sinistra, e sistemò i fogli di fronte a sé.
«Questa l’abbiamo suonata poche volte, o no?».
«Mh, sì».
Giuliano appoggiò le mani sui tasti, Andro lo assecondò.
«Okay. Tre, due, uno…».
Iniziarono a suonare la musica in contemporanea, provando dopo a far coincidere il tempo. La canzone era suonata quasi tutta al centro della tastiera, le mani di Andro erano poco più in basso di quella destra di Giuliano. La sinistra la teneva sulla coscia.
La melodia era pacifica, ma aveva una certa sonorità malinconica che faceva tremare entrambi. Era stupenda sotto ogni aspetto.
Suonati alcuni righi, alla melodia di Giuliano si aggiunse la mano sinistra, che suonava un’ottava più in basso della destra. Rimaneva comunque molto vicino alle mani di Andro.
Il tocco di quell’intervallo di ottava rendeva la canzone più piena e ancora più magnifica.
Fu così solo per poco, però, perché subito dopo vi seguì una “cascata” di note, dalla destra della tastiera la mano di Giuliano si muoveva sveltamente per raggiungere le note poco più basse, mentre Andro lo accompagnava con mosse più lente e tranquille.
Alzò una mano per girare il foglio.
In questa parte, invece, erano le mani di Andro a doversi dimenare e quelle di Giuliano lo accompagnavano con suoni più acuti.
Come un aiuto reciproco, solo in forma musicale.
La melodia riprese il suono melanconico, terrorizzante e solitario. Le note correvano e rallentavano, lasciando un forte senso di tensione e illudendo che passasse.
Giuliano fissava le sue mani, poi quelle di Andro. E dopo il momento di tensione, lo spartito costrinse le mani di Andro a toccare quelle di Giuliano.
Lui si spaventò, alzò la mano dalla pianola. La musica si fermò.
«No, oddio, scusa. Stavamo andando così bene…».
«Ti ho toccato e hai smesso?».
Giuliano si vergognava ad ammetterlo. Durante la canzone, guardò a lungo anche le mani di Andro, e il contatto improvviso e accidentale lo sorprese.
«Uff…».
«Fa niente».
Giuliano guardò in basso per un po’ di tempo, poi sentì il bisogno di cambiare argomento: «Comunque… Ho appena notato quanto sono grandi le tue mani in confronto alle mie».
«Ah, è vero. Beh, più o meno…» Andro mise la mano destra sulla pianola, Giuliano mise la sinistra. Erano affiancate.
Vederle così vicine allargò il sorriso di Giuliano. Muoveva il mignolo contro quello di Andro. Lui spostò l’intera mano e la mise su quella di Giuliano.
Sentì il suo calore sul palmo. «Sì, sono abbastanza diverse».
Giuliano fissava solo quelle mani. Voleva girare la sua e intrecciare le dita con quelle di Andro, ebbe il coraggio di farlo solo dopo dieci secondi di considerazione.
Guardò alla sua sinistra, Andro gli sorrideva. I suoi occhioni lo fissavano e lui non sapeva che fare. Nel panico, si morse il labbro.
Andro ridacchiò un poco. Fissò di nuovo le loro mani, poi Giuliano, poi tutto il suo corpo, e dopo del doloroso silenzio disse: «Voglio baciarti».
Giuliano sorrise, la mano legata con Andro la portò giù sullo sgabello e avvicinò il volto verso il suo.
«Vuoi baciarmi?» chiese, conoscendo già la risposta. I loro nasi si toccavano.
«Sì» Andro si avvicinò lentamente e baciò le labbra di Giuliano, spingendosi verso la sua faccia e guardandolo negli occhi per quella che sembrò l’ultima volta.
I suoi erano chiusi, Giuliano si lasciò baciare e ricambiò. La mano destra libera la mise vicino il collo di Andro, mentre aspirava l’aria dai suoi polmoni, assetato del suo respiro e della sua essenza, lo consumava come un vampiro.
La sensibilità della sua lingua colpiva quella di Andro, faceva sentire entrambi più desiderosi l’uno dell’altro. Giuliano mormorava e si lamentava, la sensazione nella sua bocca lo rendeva così voglioso ed impaziente.
Voleva lasciarsi andare, cadere e lasciare che Andro inseguisse le sue labbra come un disperato, ma non aveva nulla dietro di lui. Poteva solo inclinarsi all’indietro fino ad un certo punto, i muscoli del suo addome soffrivano per lo sforzo.
Quando Andro si staccò da Giuliano, aveva il fiatone.
«Oh… Madonna…» sospirò, come se avesse corso una maratona. Il cuore gli batteva comunque a mille. La bocca rimase vicina alla guancia di Giuliano.
«È stato… Wow…» sussurrò, riferendosi al bacio e a quanto fu stupendo.
Andro sorrise solamente. Per tutto quel tempo, le loro mani rimasero incatenate l’una all’altra.
«E ora?» chiese, dopo aver tossito per schiarirsi la gola.
«E ora mi stendi sul letto, che scherziamo?».
Andro rise, Giuliano anche ma non scherzava.
«Dai» si alzò dallo sgabello e aspettò che Andro facesse lo stesso. Il suo letto era a poco più di un metro dalla tastiera, Giuliano ci si buttò sopra e Andro lo seguì. Si mise a carponi sul corpo steso di Giuliano.
Erano faccia a faccia, Andro lo fissò per così tanto tempo, Giuliano e il suo corpo sotto di lui. Aveva un sorriso malizioso, gli occhi neri lo fissavano, in attesa che lo baciasse di nuovo, ma anche in semplice ammirazione.
Andro abbassò la testa e baciò Giuliano un’altra volta. Quel bacio era più esigente, più voglioso, e Giuliano ci stava completamente.
Portò le sue mani sulle spalle di Andro, e lui si abbassò ancora col corpo. Abbassò solo il busto; il fondoschiena era ancora alto, le gambe piegate. Le spiegò poco, facendo avvicinare il suo bacino a quello di Giuliano, ma senza farlo ancora toccare. Aveva le gambe quasi dritte e quasi stese. Tentava di tenere il busto abbastanza alto da lasciar respirare a Giuliano sotto di lui, altrimenti lo avrebbe schiacciato totalmente. Il tentativo era inutile, non riuscì a rimanere sospeso e abbassò prima il petto e poi il bacino, entrando in contatto con lui con tutto il corpo. Quando sentì la pressione sulla pelvi, Giuliano sussultò e si fermò.
«Stai preso, eh?» chiese, dopo aver guardato i loro corpi incollati.
«Ti amo» rispose Andro, continuando a fissarlo. Giuliano gli diede un bacio brevissimo.
«Anch’io».
Sul volto di entrambi apparve un piccolo sorriso. Pareva un sorriso imbarazzato, che provava comunque a contenere risate ed esulti.
Andro mise due mani dietro la schiena di Giuliano, provò a tirarlo su e lui si fece alzare.
«Aspetta, mettiti…».
Andro si mise in ginocchio sul letto e permise a Giuliano di aggrapparsi a lui. Le sue gambe si avvolsero attorno al bacino di Andro, le sue mani intorno al suo collo.
«Mantienimi» Giuliano ordinò, chiedendo ad Andro di sostenerlo mentre ancora cercava l’equilibrio perfetto.
«Ti mantengo» gli interi avambracci di Andro si posizionarono dietro la schiena di Giuliano, dando un sostegno maggiore a tutto il suo corpo.
Giuliano guardava ancora in basso, al suo culo coperto di jeans che toccava il bacino di Andro, e mormorò qualcosa.
Anche Andro guardava lì. Osservava, ammirava. Solo quello lo rese più voglioso: baciò Giuliano ancora una volta, ed erano baci a bocca aperta, impazienti. Baciava anche le sue guance e la sua mascella, perché ogni parte di lui era meritevole di baci e occhiate. Lo sentiva sospirare il suo nome: «Andro…», quello non lo fermò. Anzi.
Tirò Giuliano più vicino a sé, i loro ventri si toccavano. Sentiva i suoi polmoni dilatarsi e comprimersi, il suo cuore battere, e tutto il calore del suo corpo. Invece Giuliano pensava solo alla bocca di Andro che baciava la sua faccia, il suo inspirare prima di accarezzarlo con le labbra e poi il suo espirare quando si allontanava. La poca umidità della sua saliva che lo copriva, il suo naso che solleticava il volto.
Poi Giuliano lo spinse via. Delicatamente.
«Andro, però…» fece una piccola pausa. La cosa che stava per dire era stupidissima ma vera.
«Devi stare attento che io mordo».
Andro sentì un grado di eccitazione disumano. In un momento guardò i denti di Giuliano e i canini, che gli parsero affilatissimi anche se lo erano poco.
«Mordimi» sussurrò, con zero esitazione.
Giuliano guardò il collo di Andro. Guardò il lato, dove passava la vena giugulare, si avvicinò lentamente. Lui sentiva il suo respiro caldo schiantarsi sulla sua pelle, si avvicinava sempre di più, poi zac! i denti di Giuliano acchiapparono la sua carne in un movimento svelto, poi affondarono poco poco ma non la ruppero. Giuliano non voleva fare del male ad Andro. Ma lo voleva gustare, la sua lingua toccava la pelle di Andro ancora intrappolata tra i denti. Lo sentì gemere, e allora morse più stretto e subito dopo si allontanò. Rimase ad osservare le fosse create dai suoi denti, sorrise e ci passò il pollice sopra, bagnandolo.
Si potevano chiaramente vedere quattro buchi più profondi, creati dai suoi canini. Era una visione magnifica, la voglia di morderlo ancora accresceva.
Ammirò il suo lavoro per altro tempo prima di avvicinarsi di nuovo, solleticare il collo di Andro col suo respiro e mordere nello stesso punto di prima. Questa volta fu più cruento, prima di azzannare fece un verso animalesco, e quella fu una cosa tanto imbarazzante per Giuliano ma tanto eccitante per Andro. Affondò i denti, ma anche questa volta si assicurò di non star esagerando, non voleva farlo sanguinare. Quando sentì un urletto da Andro, si staccò. Fece la stessa cosa di prima: guardò i buchi nella pelle di Andro, li toccava, e questa volta li baciò anche. Ma erano baci così minuti, così soffici, che si posavano proprio sulla pelle più provata. La cura dopo l’attacco.
Sentì Andro tirare un sospiro di sollievo. Lo baciò un altro poco prima di morderlo ancora e ripetere il processo un altro paio di volte. La voce di Andro si faceva più rumorosa con ogni morso, l’area diventando sempre più sensibile al dolore.
«O– Oddio…» Andro non aveva idea di quali emozioni stesse provando in quel momento. Quanto gli facevano male i denti di Giuliano, duri e insaziabili, ma quanto lo facevano godere. Quanto era strana quella situazione ma quanto era perfetta. Il fatto che era così fuori dal comune ma era esattamente quello di cui aveva bisogno. Sentiva la pelle che bruciava, forse Giuliano l’aveva davvero rotta o forse era un’impressione.
«Cazzo, più forte!» domandò Andro e la bocca di Giuliano capì la richiesta, la mascella si chiuse in modo più affamato. Andro urlò, sopportando il dolore solo perché gli piaceva così tanto. E poi ci furono di nuovo quei baci dolci a confortare la pelle lesionata. I baci erano di più. «Scusami» sussurrava, tra uno scocco e l’altro. E Giuliano non affondò più i denti.
Si allontanò dal collo di Andro, lo guardò in faccia. Aveva gli occhi lucidi ma una faccia beata.
«Andiamo avanti o…» Giuliano chiese, vedendo l’espressione stremata di Andro.
«Eh, dopo questo… Tutto il resto non sembrerebbe niente di che» ammise lui. Sorrise, abbracciando Giuliano fortemente.
«Ti amo» continuò.
Giuliano rise, per il fatto che si doveva ripetere.
«Ti amo anch’io».
Andro fece un paio di respiri prima di proporre: «Ci vogliamo stendere?».
«Come vuoi tu».
Andro tolse le mani dalla schiena di Giuliano e lui si lasciò cadere sul materasso. Le gambe erano ancora intorno alla cintura di Andro. Lui, senza pensarci, si piegò su Giuliano, facendogli alzare le gambe in aria. E vedersi in mezzo alle gambe di Giuliano lo prese di sprovvista.
D’istinto mosse il bacino un paio di volte, facendo ridere Giuliano.
«Che, mi vuoi inculare?» chiese, sicuramente sfottendolo.
«Sarebbe un’idea».
Giuliano non rispose, sentendosi in imbarazzo.
Andro finalmente si spostò e si stese affianco a Giuliano. Lui si girò a guardarlo.
«Senti, Andro, accetteresti una sfida?» chiese.
«Spara».
«Stasera usciamo, andiamo alla sala giochi, e… Chi fa più punti al Flipper, ehm… Lo da all’altro».
«Quindi se io faccio più punti io te lo metto nel culo?».
«Si potrebbe dire anche così».
≠≠≠
Nessuno dei due faceva particolarmente schifo al Flipper. C’erano volte in cui Giuliano faceva più punti e volte in cui li faceva Andro.
Era il turno di Giuliano. Fino a quel momento rimase sotto la soglia dei punti di Andro, premeva i tasti ai lati cercando di indirizzare la pallina nei punti che gli avrebbero fatto fare più punti. Forse non fu mai così concentrato in vita sua, quando vide i numeri rossi in alto avvicinarsi alla cifra che raggiunse Andro iniziò a sorridere. Andro non lo fece.
Colpì un’altra volta la pallina e finì in un bumper, la quota dei punti raggiunse e superò quella di Andro. Giuliano rise, e dopo poco perse la partita, ma l’importante erano i punti.
«Godo!» esclamò, provando a non urlare per non disturbare nessuno. Fece salti di gioia e si muoveva con frenesia. «Ti metto a pecorina, coglione!» disse ad Andro, e lui finalmente rise.
«No…» fece una finta faccia disperata, mentre rideva.
Camminò insieme a Giuliano fuori dalla sala con lo sguardo di un soldato prima della guerra. E Giuliano gli saltava intorno, usando le sue spalle come supporto, le sue braccia, di tutto.
«Già ti ho detto che sto a gode’?» chiese ad Andro, con uno sguardo furbo.
«Sì…».
Ci fu del silenzio.
«Ma poi, comunque ero sicuro che ce l’ho più grosso del tuo».
«Ao! E come fai ad essere sicuro?!».
«Non conosci la regola della L?».
Andro non la conosceva. Giuliano gliela spiegò.
