Chapter Text
Tre del mattino? Gnocchi al formaggio!
1
Una goccia d’acqua si sciolse e precipitò dal sifone della cucina, piovve dentro uno dei due bicchieri – plic! – che giacevano solitari sul fondo del lavello, e fece vibrare un eco sottile e metallico che attraversò il corridoio, la porta socchiusa della camera da letto, fino a rimbalzare sulla testolina addormentata di Italia.
Scosso dal suo sonno, Italia stropicciò la fronte in una smorfia. Le palpebre tremolarono e si schiusero sulla penombra bluastra che attraversava le striature frammentate dalle tapparelle non del tutto abbassate. Italia succhiò un piccolo sospiro dal naso. Sbatacchiò gli occhi, sfilò il braccio avvolto attorno al torso di Germania, e sventolò la mano davanti a un avido sbadiglio che gli lasciò le ciglia umide. Tornò ad abbracciare Germania e sospirò sul suo petto caldo, sul suo profumo fresco e muschiato di bagnoschiuma e di lenzuola pulite. Chiuse gli occhi riposando con la guancia sul suo battito lento e assopito, determinato a tornare immerso nei suoi dolci sogni popolati da soffici gattini da coccolare, cieli azzurri e vallate verdi da ritrarre ad ampie spennellate di tempera, e piatti di pasta da divorare a sazietà.
Un formicolio gli si arricciò in fondo allo stomaco, allungò un brontolio che frignò come una delle sue solite lamentele, per poi spegnersi, lasciando dentro di Italia il doloroso vuoto di un crampo di fame che pesava come un sasso.
Un secondo plic dell’acqua sgocciolata dal sifone gli punse la nuca. Fu un suono più acuto e penetrante del precedente, gli scaricò un brivido gelido lungo la schiena e scosse un secondo borbottio fra le pareti del suo stomaco.
Italia strinse la bocca, succhiò la saliva dalle guance, si leccò le labbra inaridite, e si srotolò dall’abbraccio di Germania. Schiena sul materasso e faccia al soffitto. Strizzò le mani sulla coperta, arricciò i piedi sul fondo del letto, e trattenne il fiato resistendo a un altro crampo che bussò alle pareti del suo stomaco scandalosamente vuoto. Spalancò gli occhi, e il suo sguardo sveglio e tremulo fissò le striature di luce bluastra proiettate dalla finestra affacciata alla notte, al silenzio della città ancora addormentata.
Piovve un altro plic dal lavello della cucina.
Una riga di sudore scivolò dai capelli di Italia, gli attraversò la tempia, rotolò dietro l’orecchio, e bagnò lo stesso cuscino su cui riposava anche la guancia di Germania. Anche Germania arricciò un piede infilato fra le caviglie di Italia, strinse il braccio avvolto attorno alla sua pancia brontolante, e sollevò il mento soffiando un sospiro fra i suoi capelli. Il suo viso giacque tiepido fra il collo e la spalla di Italia, così pacificamente assopito. Nemmeno quella sua dolce coccola, tuttavia, servì a riportare la pace nei pensieri di Italia e la quiete nel suo pancino affamato.
Italia fece scivolare una mano sotto la coperta e sotto il braccio di Germania che gli avvolgeva il torso. Si massaggiò lo stomaco, assecondò un suo gorgoglio borbottando a labbra strette, e si rotolò sull’altro fianco. Allungò il braccio sul comodino, urtò e scostò il tubetto di crema per le mani, la scatola dei Kleenex, e raggiunse il telefono collegato al cavo del caricabatterie. Pigiò il tastino laterale e socchiuse le palpebre respingendo l’abbaglio dello schermo che gli si accese sulla faccia, colorandogli le guance di azzurro.
L’ora brillò sullo sfondo della home: una fotografia di lui e Germania scattata ai mercatini di Natale dell’inverno appena trascorso.
03: 02
I berretti di lana, il radioso sorriso di Italia che sbucava da sotto la sciarpa, il suo braccio allacciato a quello di Germania, la mano libera che teneva alta l’inquadratura del telefono, e lo sguardo stupito di Germania che era stato sorpreso da quell’abbraccio e da quello scatto proprio prima di addentare un morso al suo panino di salsiccia e crauti.
Italia non riuscì proprio a farsi contagiare dal suo stesso sorriso ritratto nella foto, dal ricordo di quella splendente giornata di neve, campanelle, cioccolata calda, frittelle zuccherate e luminarie.
Le tre di notte?
Una smorfia di delusione gli ingrigì la faccia, gli torse le labbra in un grugnito che fu ancor più basso e lamentoso dell’affamata protesta del suo stomaco.
Così presto?
Fin troppo presto per quella che avrebbe potuto essere una colazione anticipata, ma ormai troppo tardi per uno spuntino di mezzanotte. La vita sapeva essere così ingiusta. Così crudele.
Italia lasciò scivolare il telefono sul comodino e gli diede le spalle. Diede le spalle a lui, allo sgocciolio del lavello, al ronzante richiamo del frigorifero che gli bisbigliava seducenti paroline d’amore dalla cucina, e si spinse contro il fianco di Germania. Strinse l’abbraccio e schiacciò il viso proprio al centro del suo petto, sul profumo di ammorbidente della sua maglietta. Sperò così di potersi concentrare su qualcos’altro, su qualcosa di più potente e importante della voce della sua fame.
Germania si scosse in un sussulto, come strappato anche lui dal sonno. Allungò la gamba intrecciata a quelle di Italia – la coperta frusciò soffice nel silenzio della notte –, sistemò il braccio sotto il suo fianco, strofinandogli una soffice grattata alla schiena, come faceva di solito per calmarlo durante gli incubi o i temporali, e gli appoggiò il mento sulla spalla. Dopo un sospiro soffiato fra i suoi capelli, tornò a dormire pacifico. Il suo respiro solo un po’ più corto, solo un po’ più lieve.
In un’altra occasione, a Italia sarebbe bastato quell’abbraccio per sentire il battito del suo cuore acquietarsi e la sua mente svuotarsi, tornare a scivolare nel fiume dei suoi sogni. Questa volta la magia non riuscì. Non dopo che un altro crampo gli azzannò lo stomaco, risuonando anche sulla pancia di Germania così vicina alla sua.
Italia mugugnò un lamento e si arricciò fra le sue braccia per resistere al dolore che gli aveva mitragliato la pancia e fatto salivare le guance e il palato. Le voci tentatrici che bisbigliavano e ridacchiavano dalla cucina gli si accostarono alla spalla, si materializzarono in una terza incomoda presenza scivolata anch’essa sotto le coperte. Le voci si accostarono all’orecchio di Italia – hai fame, piccolo Italia? –, soffici come un paio di labbra tiepide e carnose, lo tornarono a chiamare – certo che hai fame, ooh, senti come ti brontola il pancino. Una fame tale da divorarti pure il tavolo e la tovaglia, giusto? –, e gli fecero schiudere le palpebre, catturando il suo sguardo e facendolo scivolare all’indietro, verso lo spiraglio della porta che dava sul corridoio.
Il freddo ronzio del frigorifero lo costrinse a far schioccare le labbra inumidite dall’acquolina che aveva preso a sgocciolargli dall’angolo della bocca. Sotto il naso di Italia scivolò un cremoso profumino di formaggio dolce e stagionato, di gorgonzola fuso.
Altre immagini si sostituirono a quelle dei suoi sogni stracciati. Una nevicata di Parmigiano spolverata su un caldo e fumante piatto di gnocchi di patate che fece subito sciogliere lo strato di formaggio, indorando una crosticina bruna e croccante che era facile rompere con il dorso della forchetta. Una volta sprofondata nel piatto, la forchetta sollevava un boccone filante di gnocchi. Italia si immaginò di soffiarci sopra, dissolvendo quella bianca nuvoletta dal profumo così tiepido e saporito. Il boccone di gnocchi gli riempiva le guance, si scioglieva sul palato spalancando una luce dorata e celestiale, gli spolverava le guance di un’emozione incandescente e placava le proteste del suo pancino affamato. Il boccone successivo era ancora più abbondante e cremoso, ancora più saziante – vuoi davvero resistermi, Italia?
Italia piagnucolò e si tappò le orecchie per respingere il rimbalzo di quelle voci, il profumo sfrigolato da quelle immagini appena sfornate dalle sue fantasie notturne più proibite. Non funzionò. Il suo stomaco protestò di nuovo, trapanò un brontolio che spalancò una vertiginosa voragine di fame, facendolo rabbrividire fino alle ossa.
Dopo un lungo e arreso sospiro, Italia sollevò la guancia dal cuscino, sbatté gli occhi per riabituarsi alla penombra, e si ritrovò costretto ad affidarsi all’unica soluzione su cui sapeva di poter contare quando si trovava nei guai. Nei guai seri.
«Germania…» Italia sfilò il braccio dal fianco di Germania e tese l’indice per punzecchiargli la guancia, la fronte. «Psst» bisbigliò. «Ehi, Germania…» Gli strofinò la punta dell’indice fra le sopracciglia, dove la pelle si era già raggrinzita in una scura fossetta di rughe. «Germania» lo tornò a chiamare a voce più alta. «Sei sveglio?»
Germania contrasse la fronte punzecchiata dal dito di Italia. Grugnì un gemito che finì soffocato dal cuscino che stavano condividendo, e socchiuse le palpebre cerchiate da violacei segni di stanchezza. «Che c’è, Italia?» Si portò una mano alla fronte, scostando il tocco di Italia, e si massaggiò le tempie, i capelli spettinati, le guance attraversate dai segni del lenzuolo. Soffiò un altro grugnito dentro il palmo. Ora sì che era sveglio. Prima non lo era. «Perché sei sveglio?» gli chiese. «Hai fatto un incubo?»
Oh, no. Quella era un’emergenza assai più allarmante di un incubo nel cuore della notte.
«Ho fame, Germania.» Italia fece scivolare un piede fra quelli di Germania, gli grattò la caviglia, e tornò a tamburellare due dita sulla sua fronte, a massaggiare piccoli cerchi. Adesso che i suoi occhi si erano abituati alla penombra bluastra della camera, riusciva a distinguere ogni grinza infossata fra le rughe che avevano stropicciato la faccia di Germania in un’espressione stanca e immusonita. «Muoio di fame, mi brontola la pancia.» Italia si leccò una traccia di saliva gocciolata dall’angolo delle labbra. «Voglio gli gnocchi al formaggio.» Il solo pensiero gli fece di nuovo gorgogliare la pancia come un calderone sul fuoco.
Germania socchiuse un occhio ancora appannato di sonno, inarcò un sopracciglio. Gnocchi al formaggio? Qualcosa gli puzzava. E non era puzza di pecorino stagionato. «Fammi capire.» Si stropicciò la fronte e sospirò di nuovo. «È una specie di frase in codice per dirmi che vuoi fare sesso?» Senza aspettare risposta – sarebbe stato troppo rischioso – si rotolò sull’altro fianco, si spinse fino alla sponda opposta del letto, sul fresco del suo cuscino, e si rimboccò la coperta attorno alle spalle. Allontanò da Italia spirito e corpo. Nemmeno lui era così sicuro di saper resistere a certi appetiti in piena notte. «Scusa, ma sai che prima di una riunione non riesco proprio a…»
«No, no» garantì Italia. «Nessuna frase in codice, nessun doppio senso, lo giuro.» Scivolò addosso a Germania, tornò ad aggrapparsi alla sua schiena, a intrecciare le ginocchia fra le sue gambe, e gli premette la fronte sul collo. Il respiro caldo gli solleticò la pelle, gli occhi brillarono nella penombra, piccanti brividi di anticipazione gli scossero i piedi, il batticuore accelerò accendendogli le guance e facendogli salivare la bocca sorridente. «Voglio sul serio gli gnocchi al formaggio. Quelli veri, sai, quelli con le patate e il gorgonzola fuso.»
Germania diede una sbirciata alle sue spalle. «Così la stai facendo sembrare ancora più equivoca.»
In un’altra occasione, Italia avrebbe approfittato del doppio senso e ci avrebbe riso sopra. Avrebbe solleticato Germania sbaciucchiandogli il collo, le labbra, e gli avrebbe infilato la mano chissà dove. Ma le proteste del suo stomaco bussarono di nuovo alle pareti della pancia, rabbuiando così tutto il suo umorismo. «Dai, Germania…» Italia lo scosse per la spalla a cui era aggrappato. «Andiamo a preparare gli gnocchi. Se non li mangio subito poi diventerò matto.»
Germania indurì i muscoli e si rifiutò di scollare la guancia dal cuscino. «Come se tu non lo fossi già.»
Italia frignò a labbra strette. Gli batté la fronte fra le scapole e lo scrollò ancora più forte. «Germaniaaa. Gli gnocchi al formaggio, Germania, dai, giuro che non ti chiederò nient’altro fino a…» Ci pensò su, smettendo di scuoterlo solo per quell’attimo di raccoglimento. «Fino a dopodomani, ecco.»
Germania, forse solo nell’intento di allontanarsi da Italia e dai suoi capricci, si spinse fino al ciglio del letto, e allungò il braccio sul suo comodino inondato dalle striature di luce notturna. Tastò la base della lampada, l’agenda rigonfia di impegni, un romanzo dentro cui aveva infilato un biglietto da visita come segnalibro, fino a raggiungere il suo telefono. Lo accese, facendosi anche lui abbagliare dall’ora sullo schermo.
03:09
L’ora gli si palesò non davanti a una tenera fotografia selezionata dalla sua galleria di scatti e ricordi, ma su uno di quegli sfondi standard già compresi nella memoria del telefono: cinque rocce levigate e tondeggianti impilate una sull’altra, dalla più larga alla più piccola.
Nonostante la pace interiore evocata e trasmessa da quell’immagine molto zen, Germania rilesse l’ora tre volte di seguito, fino a sentirsi svenire. «Sono le tre del mattino, Italia.» Rimise giù il telefono, lasciandolo scivolare sopra la sua copia di Uomini e topi, e tornò a cadere con la guancia sul cuscino. Tirò su il lembo di coperta che gli era sdrucciolato dalla spalla. «Abbiamo la sveglia alle sei e mezza, la riunione comincia alle nove, e dobbiamo comunque sbrigarci per arrivare in albergo almeno con un’ora di anticipo.» Allungò un braccio dietro di sé per raggiungere Italia e consolarlo con una soffice pacca strofinata su quella sua testolina capricciosa e travagliata. «Su» gli fece, armato di tutta la santa pazienza richiesta dalla situazione. «Rimettiti a dormire.»
Italia intrecciò la mano a quella che Germania aveva allungato per strofinargli la carezza sulla testa. Gliela sprimacciò un paio di volte, e la sua vocina lagnosa sembrò strizzata proprio da quel gesto. «Non riesco a dormire se ho fame.»
«Resisti fino all’ora di colazione.»
«Ma io ho fame adesso.» Italia tornò ad allungarsi sul fianco di Germania, ad avvolgere le braccia attorno alle sue spalle e a far dondolare un ginocchio fra le sue gambe. «Ed è una fame vera, giuro, non sto facendo i capricci.»
«Bevi un bicchiere di latte.» Germania le provò tutte. «O mangia qualche biscotto, un pacchetto di cracker. Vedrai che poi ti passa.»
Italia strizzò gli occhi e scosse forte la testa. «Ma questa è una fame da gnocchi al formaggio, non da cracker o biscotti.»
Germania svuotò un sospiro dal petto. «E che differenza fa?»
«Che questo è quel genere di fame che ti passa solo se mangi gnocchi al formaggio.» Italia guidò Germania facendolo rotolare sull’altro fianco, in modo da poterlo fronteggiare e avvolgergli così le mani attorno alle guance. «Non riuscirò a smettere di pensarci se non li mangio subito.» I suoi occhi disperati vacillarono attraverso la penombra bluastra della camera da letto. «E se non riesco a smettere di pensarci poi non riuscirò a riaddormentarmi, e se non mi riaddormento allora domani alla riunione non riuscirò a stare sveglio e attento, non prenderò nemmeno un appunto, e tu mi sgriderai, e…»
«Ma dove li vai a trovare gli gnocchi al formaggio alle tre del mattino?» Germania aggrottò un sopracciglio davanti alle parole di Italia, perché la prospettiva che lui si distraesse o che si addormentasse durante la riunione era ben più tragica e spaventosa rispetto all’idea di un piatto di gnocchi al formaggio consumati alle tre del mattino. «Tu che di solito li prepari sempre in casa, poi. Non vorrai mica metterti a impastare gli gnocchi nel cuore della notte?»
Un luccichio di natura diversa, più calda e amabile, scintillò nel profondo degli occhi di Italia. La sua smorfia di dolore s’illuminò e curvò verso l’alto, trasformandosi in un sorriso dolce e speranzoso, anche se piccolo. «Ci sono ancora da parte quelli che ho preparato martedì, ti ricordi?» Italia accostò la fronte a quella di Germania, strofinò i pollici ancora avvolti attorno alle sue guance. «Ne erano avanzati un po’, così li ho messi in una vaschetta sottovuoto in frigorifero. Però se li lascio in frigo per troppi giorni poi si seccano, e sai quant’è difficile che gli gnocchi così freschi e fatti in casa rimangano della consistenza giusta. È un peccato se vanno sprecati, vero?» Annuì rispondendosi da solo. «Anche tu dici sempre che non si spreca il cibo.»
Germania non ebbe proprio il cuore di negarlo. Tuttavia, non la trovò una scusa abbastanza accettabile per giustificare una pentolata di gnocchi – formaggio o non formaggio compreso – cucinata alle tre del mattino. «Preparali domani a pranzo, allora» gli propose. «Se la riunione finirà in fretta, possiamo anche tornare a casa a mangiare, e…»
«Domani a pranzo sarà già troppo tardi.»
«Domani a colazione, allora.» Germania pensò che non sarebbe mai riuscito a tollerare il peso di una simile colazione, nemmeno dopo un fine settimana trascorso a suon di sbornie, tuttavia… «Mancano solo quattro ore alla colazione, puoi sicuramente farcela a resistere. Se ci tieni tanto.»
Il sorriso di Italia si ammosciò. Dal suo sguardo appassì ogni luce e ogni speranza. «Ma lo sai che io non riesco a mangiare piatti salati a colazione.» Ricominciò a scuotergli la spalla, a frignare guaiti da gattino bagnato. «È tipo un sacrilegio. Tipo…» Pigiò l’indice sul naso di Germania. «Ecco, come se io chiedessi a te di bere della birra sgasata o di mangiare una salsiccia senza crauti di contorno.»
Germania gli scansò via la mano. «Ci sono sacrilegi ben peggiori. E vedrai che all’ora di colazione ti sarà già passata la voglia di gnocchi.»
«No» rispose Italia. «Perché quando ci metteremo a tavola sarò talmente di cattivo umore che non riuscirò nemmeno ad annusarla, la colazione. Finirò per mescolare il pepe nel latte invece che il cacao. E sulle fette biscottate spalmerò la maionese al posto della marmellata.»
«Allora comincia a pensare a qualcosa che potrà farti sentire meglio quando ti sveglierai di cattivo umore.»
«Cucinare immediatamente un bel piatto di gnocchi al formaggio mi renderebbe contentissimo, ne sono sicuro.»
«Ma se ti metti a cucinare adesso poi non riuscirai a riaddormentarti.»
«Se non mangio gli gnocchi adesso non riuscirò mai a riaddormentarmi.» Italia stropicciò la fronte in una smorfia blu e lacrimante proprio come quella luce che gocciolava dalle tapparelle socchiuse. «Non farò altro che pensarci, fino a impazzire.» Si gettò di schiena sul materasso, faccia al soffitto, e si schiaffò le mani sulle guance che impallidirono come quelle di uno spettro. «Morirò impazzito e soffocato sotto una tempesta di incubi formaggiosi, Germania.» Rabbrividì dalle punte dei piedi fino al ciuffo arricciato che si ammosciò sul cuscino. Sotto le strisce di luce notturna proiettate dalla tapparella socchiusa, le sue guance assunsero un aspetto ancora più tetro e incavato. «È terribile.»
Germania cercò di non focalizzarsi troppo sulle assurde sfumature che stava assumendo il quadro di quella conversazione. E, ricominciando a sentire un certo prurito stuzzicargli la base del collo, cominciò anche a domandarsi se dietro i capricci e l’insistenza di Italia non si nascondesse un secondo fine. «Vedrai che starai bene.» Sollevò la coperta e lo rimboccò per bene, sperando di poter seppellire sotto la trapunta non solo Italia, ma anche tutte le sue grane e i suoi piagnucolii. «Su, adesso fai uno sforzo serio e rimettiti a dormire. Vedrai che appena chiuderai gli occhi la fame ti passerà subito.»
Italia si rotolò sotto la coperta, si aggrappò alla maglietta di Germania e gli diede qualche piccolo strattone. «Il ronzio del frigorifero mi sta provocando.»
«E tu non dargli retta.» Germania si girò di schiena e chiuse gli occhi, determinato a non riaprirli fino allo squillo della sveglia. L’indomani sarebbe stata una giornata lunga e impegnativa. Voleva evitare di trasformare anche quella notte in un’esperienza lunga e impegnativa.
Affianco a lui, Italia tirò su col naso. Scosse i piedi in fondo al letto, stropicciò le mani sulla coperta in cui era avvolto, si rotolò da una parte, dall’altra, e ricominciò a soffocare brontolii e piagnistei nell’imbottitura del cuscino.
Germania inarcò un sopracciglio, ma non riaprì le palpebre serrate. Aveva sul serio bisogno di prendere sonno. «Non brontolare.»
Italia emise un guaito strozzato. «Non sono io che brontolo.» E il cuscino soffocò la sua voce. «È il mio stomaco.»
«Allora cerca di farlo stare zitto.»
«È lui che mi comanda, non io. Il mio stomaco ha tipo…» Italia si tornò a rotolare sulla schiena, accompagnato da un fruscio di coperte, e si batté una mano sulla pancia. «Un cervello tutto suo.»
«Allora per stanotte mandalo in ferie» gli disse Germania. «O in sciopero.»
«Oh.» Una colorata nota di stupore zampillò dalle labbra di Italia, dal suo sguardo di nuovo acceso. «Come fa sempre il fratellone Francia?»
«Come dovrebbe fare un cervello che ha solo bisogno di dormire e riposarsi.» Germania allungò un braccio e gli tornò a rimboccare le coperte sotto il mento, resistendo al prurito della mano che avrebbe voluto sollevarle ancora un po’ più in alto, fino agli occhi di Italia, magari fino alla sua fronte, fino a seppellirlo sotto un sudario di soffice e benedetto silenzio.
«Ma io ho bisogno di mangiare, non di riposarmi.» Italia ci impiegò poco a far tremolare le labbra e a torcerle in un’espressione grigia e disperata. Ricominciò a lamentarsi, a far dondolare i piedi che urtarono anche quelli di Germania. «Morirò impazzito e affamato.» Singhiozzò. Stropicciò un pugno sulla guancia per asciugarsi una lacrima invisibile. «Prigioniero per tutta l’eternità di un incubo formaggioso. Che crudeltà.»
«No» sospirò Germania. «Ti giuro che non succederà.»
Italia strizzò le mani sulla coperta, se la tirò fino al mento e rabbrividì, di nuovo pallido in viso. «Mi assalirà un esercito di mozzarelle» gemette. «Mi si incolleranno addosso succhiandomi il sangue come le zecche.»
«No.» Un altro gramo sospiro appesantì il petto del povero Germania. «Non lo faranno.»
«Le ciliegine di mozzarella, Germania.» Italia gli si gettò addosso, gli si appese al braccio, gli spinse la fronte sulla spalla e scosse ripetutamente la testa. «Se mi addormento proprio mentre ho fame di formaggio allora mi assaliranno le ciliegine di mozzarella. Avranno i dentini tipo gli zombie.»
«Non esistono le mozzarelle-zombie.»
Italia strinse ancor di più la presa. «Precipiterò da un burrone di Grana Padano! Oppure…» Ansimò. Raccolse il cuscino e se lo spremette attorno alla testa, sulle orecchie, per non udire l’orrore suscitato dalle sue stesse parole. «Oppure finirò risucchiato in un vortice di fontina. Sai cosa ci sarà ad aspettarmi in fondo al burrone di Grana Padano, Germania? Le sabbie mobili di fontina e ricotta. Mi inghiottiranno!» Si tornò ad arrotolare addosso alla schiena di Germania, gli strinse le braccia attorno ai fianchi, strofinò più e più volte le mani sui muscoli pettorali, seppellì la faccia fra le sue scapole e lì in mezzo soffocò una cascata di singhiozzi. «Morirò annegato in un lago di sabbie mobili fatte di ricotta.»
Germania strinse il pugno che teneva infilato sotto il cuscino, socchiuse gli occhi su quella fantasia raccapricciante. «Dormi, Italia.» Prima che cominci a venire fame di formaggio pure a me…
Italia gli strizzò le mani sulla maglietta e sbatacchiò la fronte sulla sua nuca. «Non voglio morire così.» Soffocò un sospiro sulla sua schiena. «Non nel formaggio.» Con le punte dei piedi agitò un caldo e sfarfallante solletico attorno alle caviglie di Germania. «Se morissi annegato in un incubo di sugo di polpette e pomodoro sarebbe una fine un po’ più dolce, ecco.»
«Italia…»
«Con un po’ di basilico, magari.»
Germania cominciò a credere che, se il piagnisteo di Italia sarebbe continuato ancora a lungo, sarebbe stato lui quello a morire impazzito. E sarebbe morto anche senza il basilico di contorno. Che sorte crudele.
Germania sospirò. Sollevò la guancia dal cuscino e girò uno sguardo esasperato alle sue spalle, dove Italia era ancora rannicchiato, scosso da tutti quei singhiozzi senza fine. «Non ce la fai proprio a resistere?» gli domandò. «Gli gnocchi al formaggio…» Si massaggiò la fronte tartassata da un martellio sempre più rapido, sempre più acuto e doloroso. «Devi proprio mangiarli adesso?»
Italia strinse le braccia allacciate al torso di Germania. Annuì sfregando fronte e capelli sul suo collo. «Adesso-adesso, sì.» Tramite quel gesto, sembrò proprio essersi già scrollato di dosso tutte le lacrime, i capricci, e il cattivo umore. «Subito-subito, in questo preciso istante.»
«E non ce la fai proprio ad aspettare domani?»
«No, no, sennò impazzisco, te l’ho detto.» Italia sciolse l’abbraccio, scivolò indietro e si tirò su, accovacciandosi sulle ginocchia e facendo cigolare il materasso. «Impazzisco, poi mi vengono gli incubi, e dentro gli incubi vengono ad assalirmi…»
«Le mozzarelle-zombie, ho capito.»
«Le ciliegine di mozzarella che ti si incollano addosso tipo zecche-zombie, sì. E poi c’è anche il burrone di Grana Padano» specificò Italia, annuendo. «Quello è il peggiore di tutti. Non devi dimenticarti del burrone di Grana Padano e delle sabbie mobili di ricotta e fontina.»
«Lo immagino.» Germania tornò a rotolarsi sulla schiena. Lo sguardo dolorante e fisso sulle strisce di luce notturna che traballavano attraverso i lampeggi della sua vista stanca e appannata. Si portò entrambe le mani alla testa per massaggiarsi le tempie, alleviare anche solo di poco la pressione di quel pulsante reticolo di emicrania che gli era indigesto proprio come un piatto di gnocchi al formaggio divorati alle tre del mattino. «Basta che fai silenzio.» Fu la sentenza tramite cui Germania dichiarò la sua resa. Il suo armistizio firmato col sangue. «E che non…»
«Yuppie!» Italia schizzò fuori dal letto, travolse la porta che sbatté e rimbalzò sul muro, e volò verso la cucina.
Germania acchiappò al volo il lembo di coperta che era sventolato all’aria dopo che Italia lo aveva calciato via per saltare giù dal letto. Corrugò la fronte e scagliò sulla fuga di Italia, sulla scia di fumo sgasata dalla sua corsa, un duro e cocente sguardo di ammonimento. «E non lasciare il lavello pieno di piatti e posate.» Uno sguardo che, tuttavia, così infiacchito dalle occhiaie dell’insonnia, non si mostrava minaccioso come avrebbe voluto essere. «Lava tutto prima di tornare a letto.»
Un eco cinguettante di Italia canticchiò dal fondo del corridoio. «Agli ordini, Capitano.» I suoi passi nudi rallentarono, frenarono sul parquet, «Oh…», e il suo zampettare scalzo tornò indietro. Preceduto dall’allungarsi della sua ombra, il profilo di Italia tornò ad affacciarsi alla soglia della camera da letto. «Ne vuoi un piatto anche tu?» Il suo sorriso roseo e ingolosito era l’invito più dolce, quello più accattivante. Avrebbe fatto venire fame persino a un monaco tibetano a digiuno da vent’anni. «Ce ne sono abbastanza per tutti e due.»
Germania scosse la testa. «Non vedo proprio come si possa digerire un piatto di gnocchi al formaggio alle tre del mattino.» Sprimacciò il cuscino dentro cui sperava di poter sprofondare. E sperò anche che appoggiarvi la guancia sopra sarebbe bastato per farsi riabbracciare dal sonno. «Credo proprio che cercherò di riaddormentarmi.» Tirò su la coperta fino alle spalle, ne lisciò qualche grinza. «Tu cerca solo di non fare troppo rumore.»
Italia sospirò, «Oh», e il suo sorriso appassì in un’espressione tanto delusa che persino il ciuffo arricciato gli si ammosciò sulla spalla. Si ridestò. Tornò ad allungare un passo in direzione della cucina, scosse un breve saluto rivolto a Germania. «Se cambi idea ti aspetto in cucina.» E si avviò, inseguito dall’eco gioioso e trotterellante dei suoi piedi nudi che schiaffeggiarono il pavimento.
Germania serrò le palpebre e strizzò le mani sulla coperta in cui era avvolto.
Concentrati. Adesso dormi. Concentrati.
Il suo orecchio fremette, pizzicato dai rumori che dalla cucina rimbalzarono fino alla camera da letto.
La luce si accese con un click!, e le palpebre di Germania, rivolte alla porta rimasta aperta dopo essere stata travolta da Italia, vennero colpite dal caldo riverbero che inondò la traversata del corridoio, arrivando a riempire e abbagliare anche la soglia della camera da letto.
Germania soppresse un grugnito. Strinse il cuscino attorno alla testa e si rotolò sull’altro fianco, dando la schiena alla porta aperta che non aveva intenzione di andare a chiudere. La sua unica intenzione infatti era quella di cadenzare una serie di respiri lenti e regolari, rilassare la tensione dei muscoli, estraniarsi dal trambusto che si stava consumando in cucina, e tornare a prendere sonno fino al suono della sveglia, in modo da cominciare la giornata senza occhiaie, fresco e riposato come un bocciolo di rosa. Povero allocco.
Dalla cucina, la porta del frigorifero si aprì facendo dondolare un coro di tintinnii di bottiglie e barattoli di vetro. Ci fu il frugare di qualcosa che veniva spostato, forse una vaschetta, o un impacco di carta, poi uno squittio di gioia canticchiato da Italia, probabilmente perché aveva appena trovato quello che cercava. Gli gnocchi avanzati? La vaschetta di gorgonzola fresco? Chi poteva saperlo.
Altri rumori bussarono all’udito di Germania. Qualcosa che veniva spostato fra gli scaffali del frigorifero, facendoli ballonzolare. Qualcos’altro che scricchiolò, come carta sfogliata, e un basso borbottio di Italia. «… e anche questo, vediamo se – ah, che bello ce n’è ancora. Ciao, signor pecorino, che bello vederti, credevo mi avessi abbandonato.» Un colpetto, forse battuto con la punta di un piede, dato che Italia doveva avere le mani occupate, seguito dal vibrare dell’anta del frigorifero che si chiuse accompagnata sempre dallo squillante traballare di barattoli e bottiglie di vetro.
Altri passetti. Ad aprirsi, questa volta, fu l’anta della credenza. Ci fu un rovistare di padelle, lo stridio metallico di quando vennero appoggiate sulle griglie dei fornelli. La soave vocina di Italia attaccò a canticchiare. «Gnocchi col go-go-gorgonzola. Go-go-go-gorgonzola.» Lo scroscio del rubinetto riempì d’acqua una delle padelle, forse quella che sarebbe servita per far bollire gli gnocchi. «Ci spolveriamo il Pa-Pa-Parmigiano. Re-Re-Reggiano.» Il rubinetto si chiuse e lo scroscio d’acqua s’interruppe. Italia appoggiò la pentola sul fornello. Accese il click, click del gas, seguito dalla piccola vampata della coroncina di fiamme che ne accarezzò il fondo. «Facciamo bollire l’acqua, acqua, acqua. Quante bollicine-ine-ine.»
Germania riaprì le palpebre, si morsicò il labbro e soppresse un lungo ed esausto sospiro nell’imbottitura del cuscino tutta sprimacciata attorno alle sue guance, perché ormai aveva già fiutato l’aria che tirava. Non poteva farcela. Era troppo anche per lui.
Rinunciò al sonno, rinunciò alla tiepida e accogliente visione delle acque dei suoi sogni che si innalzavano, rapendolo e trascinandolo in un silenzioso fondale dove regnavano la pace il riposo. Ma Germania sapeva che rinunciare al sonno non significava rinunciare a essere produttivi.
Si tornò a girare sulla schiena. Strinse gli occhi, isolandosi ancora una volta dai rumori della cucina, dal riverbero di luce che bruciava sulla soglia della camera da letto, e diede ordine ai piccoli e laboriosi operai che abitavano gli uffici e gli archivi del suo cervello di rimboccarsi le maniche, di sgranchirsi mani e spalle, e di dare il via a un’operazione di ripasso straordinario per prepararsi alla riunione del mattino successivo.
Anche Italia proseguì con i suoi programmi e i suoi preparativi. Era laborioso, a modo suo. Bisognava rendergliene atto. «Preparo la salsa» cinguettò la sua allegra voce da fringuello. «Salsa al for-for-formaggio. Ci metto un po’ di panna? Sì che ci metto un po’ di panna, panna. Panna da cucina-ina-ina.» Sventolò lo sbatacchiare del mestolo sul bordo della padella metallica, forse per sgocciolare del formaggio, o la panna appena versata. Uno schiocco delle sue labbra, seguito da un ghiotto «Mhm!», come se avesse appena assaggiato qualcosa di gustoso.
I piccoli operai che abitavano il quartier generale del cervello di Germania, intanto, scartabellarono i fascicoli appena sfilati dai cassetti dei grandi archivi alti fino al soffitto. Si bagnarono i pollici, sfogliarono i grafici, li inserirono nei proiettori, e uno dei sergenti sventolò la sua bacchetta per guidare tutti nel ripasso degli appunti. Le coordinate delle politiche economiche e di bilancio erano gli argomenti di cui avrebbe trattato nella prima parte del suo discorso.
Senza dimenticarsi della questione dei rapporti internazionali con le politiche degli altri Paesi. Su un livello puramente fiscale, poi…
Italia si fece scivolare qualcosa, lo squillo metallico di una posata che colpì il pavimento. «Acc…» Si piegò a raccoglierla, ma nell’intento la urtò e la calciò ancora più lontano, forse contro le gambe del tavolo o una delle credenze.
Una sua esclamazione di esultanza, «A-ah!», fece capire a Germania che l’aveva riacchiappata. «Presa.» E la gioia fischiettata dal suo canto accompagnò il rovistare del mestolo dentro una delle padelle. «Emmental, fontina, taleggio…»
Germania inspirò, strinse forte le palpebre, si appese con mani tremanti alla coperta tirata fino al mento, e rimise in moto gli ingranaggi del suo quartier generale, schioccò la frusta per riportare ordine nel plotone di operai.
Su un livello fiscale…
Il Sergente Maggiore che stava illustrando i grafici però riscontrò qualche difficoltà con il proiettore. Fu costretto a picchiettarci sopra il pugno per far saltare l’immagine e passare a quella successiva.
Concentrazione, insomma! riecheggiò l’ordine di Germania. Su un livello fiscale, bisogna puntare sull’arrangiamento del mercato unico, favorire la libera circolazione, discutere di come si sta evolvendo l’economia digitale in rapporto a…
Dalla cucina, due cassetti si aprirono in successione. Un frugare squillante di posate, e di nuovo una padella che veniva appoggiata sui fornelli, facendo tentennare la grata.
Da includere anche lo sfruttamento etico delle risorse, garantire poi un approvvigionamento economico sostenibile ma a prezzi accessibili, e per questo bisognerà prediligere un’economia circolare, l’utilizzo di materiali sostenibili, e…
Qualcos’altro ruzzolò sul pavimento, fece ansimare Italia, «Ah!», che poi andò a sbattere sullo spigolo del tavolo, forse nel tentativo di recuperare qualunque cosa gli fosse caduta.
Nel quartier generale di Germania, il proiettore di grafici sobbalzò sotto l’ultimo pugno del Sergente Maggiore. Invece che i dati analitici che gli sarebbero serviti al ripasso, il proiettore spalancò le immagini più disastrose e catastrofiche, suscitando un coro di ansimi terrorizzati fra gli operai che assistevano. Un paio fra loro si abbracciarono, sostenendosi e proteggendosi a vicenda, «No, non posso guardare». Padelle sporche impilate sul ripiano di cottura, macchie di formaggio e di burro bruciacchiato che fiorivano tutt’attorno ai fornelli anneriti, torri su torri pendenti di piatti accumulati nel lavello, mazzi di mestoli e di posate che ristagnavano nell’acqua biancastra e oleosa, vaschette di formaggio ormai vuote che straripavano dal cesto della spazzatura circondato da uno sciame di mosche.
Germania si schiaffeggiò entrambe le mani sulle guance, serrò la mandibola e tuonò un ordine che richiamò gli sguardi e l’attenzione di tutti: concentrazione! Stavamo dicendo, circolazione del mercato unico, poi relazioni commerciali con i partner internazionali, circolarità dell’economia per prevenire…
Lo scosse un altro rumore dalla cucina: lo sbatacchiare di una posata su una pentola, poi un tuffo metallico che saltò fra le pareti del lavello.
Per prevenire… le posate incrostate!
Posate talmente incrostate che per pulirle non sarebbero bastate la spugna o la pagliuzza, ma sarebbe servita una smerigliatrice. A quell’immagine si aggiunse quella del gocciolio del rubinetto che si accumulava nel bacino di acqua sporca dentro cui i piatti erano pigramente lasciati in ammollo, nell’oceano del loro stesso sporco da cui si diffondeva l’olezzo pungente di sgrassatore, di detersivo, di aceto, di spugna macchiata di nerofumo, e…
Germania fece scivolare le mani dalle guance. Allargò le narici, cauto, sempre a occhi chiusi, e fiutò un paio di respiri. Il profumino che gli scivolò sotto il naso, solleticandolo, era ben lontano dal nero tanfo di sporco che si era materializzato nei suoi incubi.
Al di là del gorgoglio dell’acqua che cominciava a bollire e a scuotere il pentolone, qualcosa sfrigolò. Un delizioso profumino di burro abbrustolito, forse, o di formaggio stagionato che cominciava a sciogliersi, a filare come lana nell’arcolaio. Quel dolce profumo di formaggio fece sorgere il bagliore di un’aura dorata che accompagnò la sua attraversata lungo il corridoio, illuminò le pareti della camera da letto, e si adagiò fra le coperte, al fianco di Germania. Un vaporoso indice giocherellone disegnò un piccolo cerchio attorno al suo orecchio, salì a stuzzicargli la guancia, il naso, e fece sbocciare il formicolio di un languorino che gorgogliò in fondo alla sua pancia.
Era un profumo dolce ma allo stesso tempo pungente, caldo come un abbraccio di Italia durante certe notti in cui lui si lasciava scivolare al fianco di Germania posandogli la guancia sulla spalla e scuotendo i piedi fra i suoi, circondandolo in una marea di coccole che erano familiari e confortevoli proprio come il sapore di un buon formaggio di montagna cotto alla brace. Era il profumo di certi suoi baci. Un profumo tiepido e soffice come la sua pelle, come le curve delle sue guance. Un profumino avvolgente come lo erano le sue cosce quando gli si accavallavano in grembo, quando il battito del suo petto si sdraiava su quello di Germania, e le sue labbra schioccavano una rosea scia di baci lungo il collo, sotto il mento, fino a…
Germania deglutì. Guance e palato tornarono subito a salivare, lo costrinsero a inghiottire di nuovo, a strizzare sulla coperta i pugni tremanti e sudati, e a serrare i denti per mettere a tacere il brontolio sempre più feroce del suo stomaco, perché l’immagine di una grande e cremosa forchettata di gnocchi al formaggio si era appena impossessata dello schermo del suo quartier generale. Gli occhi di tutti gli operai e soldatini, compresi quelli del Sergente Maggiore, si sgranarono su di essa: la forchettata di gnocchi al formaggio si sollevava dal piatto, tesseva una gran colata filante di fontina e gorgonzola, e veniva loro incontro con la sua dorata e fumante crosticina di Parmigiano abbrustolito.
Mi vuoi, Germania, vero? bisbigliò la celestiale vocina di quella forchetta. Lo so che mi vuoi. Apri la bocca, allora.
La dolcezza del gorgonzola era il primo sapore che ti scivolava sulla lingua, seguito da quello più arrogante del Parmigiano che ti pungeva il palato e le guance. Una volta addentato il primo morso, la pasta degli gnocchi era talmente tenera da squagliarsi in bocca. Forse un po’ collosa, è vero, ma buona. Talmente buona da far luccicare gli occhi commossi e da infiammare il cuore gonfio di emozione.
Il Sergente Maggiore che presiedeva il quartier generale dovette salire su una scrivania per ergersi sopra l’orda di operai e soldatini ormai fuori controllo. «Calma!» strillò. «Manteniamo tutti la calma!» Ma molti di loro si stavano massaggiando la pancia addolorata dai crampi di fame, altri si strapparono i capelli, «Non resisto più!», altri ancora corsero in cerchio gettando i fascicoli al vento, si scontrarono e inciamparono su quelli che avevano cominciato a raccogliere e ad accumulare i cuoricini di carta che stavano esplodendo ed eruttando dai cassetti degli archivi. Uno di loro si annodò il tovagliolo al collo, tirò fuori forchetta e coltello, «Andiamo a mangiare, sì?», scatenando l’ira del Sergente Maggiore che si prese la testa ribollente fra le mani, «Siete tutti un branco di lavativi!». Uno di quelli che stavano correndo in cerchio inciampò su uno dei cuori contrassegnati dalla scritta “fame”, cadde sul proiettore che si ribaltò, infrangendo non solo la fantasia di gnocchi al formaggio ma anche l’ultimo briciolo di autocontrollo in possesso di Germania.
Germania gemette, frustrato, e calciò via la coperta. Si mise seduto sul bordo del letto e strinse i pugni attorno alla testa, sconfitto e piegato dai crampi di fame che gli avevano atterrato lo spirito e sfinito le carni. Distese le dita e si massaggiò la fronte, stropicciò le palpebre, e sospirò di nuovo, rabbrividendo. Da dietro le mani ancora accostate al viso, sbirciò alle sue spalle la porta socchiusa, la luce della cucina che si propagava dal corridoio così come lo spadellare delle posate, il gorgogliare dell’acqua di cottura, e la voce canticchiante di Italia che ora stava accompagnando lo sfogliare della carta stagnola, forse per recuperare dell’altro formaggio da una vaschetta, o per scoperchiare gli gnocchi avanzati che avrebbe messo a bollire.
Germania si alzò dal letto, si fece prendere per mano dal vaporoso profumo di formaggio fuso che gli danzò attorno come una ninfa sulla superficie di un lago, o come una fatina che svolazza sulla corolla di un fiore. Seguendo la tentazione di quel profumo, di quella danza al sapore di gnocchi di patate e Parmigiano, fece il soldato coraggioso e andò incontro al suo destino. All’invincibile richiamo della sua fame.
