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If you lie down with me

Summary:

Luxury Hotel AU

About a decade after World War II, Alec Scudder was a simple porter at the Grand Durham Hotel. He was completely immersed in a world that wasn't his: snobbish men and women stayed and flaunted their wealth. He hated having to obey all those empty people, but the one he hated the most was the hotel's young owner, Clive Durham. He had never seen him work a day in his life: he simply strolled through the luxurious halls and rooms, always accompanied by a mysterious mr Hall who seemed to have eyes only for his friend. Yet, suddenly, that figure had been replaced by Mr. Durham's young fiancée. On the other hand, mr Hall simply stayed in his suite and kept a low profile. Alec wondered why this abrupt change had occurred and vowed to find out. Little did he know that this little investigation would lead him closer to the unusual gentleman who told him to call him Maurice.

Notes:

I had this idea while watching a movie and haven't been able to get it out of my head since. I hope you'll enjoy reading it ♡

Chapter 1: The Grand Durham Hotel

Notes:

"I watched the guys getting high as they fight
For the things that they hold dear
To forget the things they fear"

-How to disappear, Lana del Rey

Chapter Text

Era una normale giornata di alta stagione al Grand Durham Hotel. Uomini, donne e bambini ben vestiti andavano e venivano dalla porta girevole in vetro, con un sorriso a trentadue denti stampato sul volto. Venivano sempre accompagnati da enormi bagagli, che avevano l'aria di contenere qualcosa d'importante e allo stesso tempo di essere vuoti. I raggi del sole di mezza mattina, riflessi dalle finestre, facevano brillare l'atrio placcato in oro attraverso uno straordinario spettacolo di luci.

Questa mirabile vista, che avrebbe dovuto impressionare il visitatore medio, dava sui nervi al giovane Alec Scudder. Purtroppo, in qualità di facchino tuttofare, era rilegato all'ingresso almeno finché non avrebbe dovuto condurre degli ospiti alle loro camere. Era costretto a rimanere fermo alla reception con spalle dritte e guanti puliti, senza poter riposarsi nemmeno un attimo sugli innumerevoli divanetti. Per di più, doveva indossare una stupida uniforme rossa e un ancor più stupido cappello circolare che gli ammaccava la matassa di riccioli bruni.

Insomma, non era del tutto soddisfatto del proprio mestiere. Se avesse potuto, si sarebbe licenziato ad occhi chiusi, tuttavia il portafogli glielo impediva. Infatti proveniva da una famiglia rispettabilissima, ma umile. Gli Scudder erano conosciuti in tutta Londra per la loro invidiabile laboriosità, grazie alla quale riuscivano ad arrivare a fine mese saltando da un lavoretto all'altro. Negli anni, avevano accumulato un bel gruzzoletto con cui avevano inaugurato una piccola macelleria, coronando il sogno di generazioni. Tutto era andato a rotoli, però, con lo scoppiare della seconda grande guerra e con la leva militare. Alec non ricordava bene quel periodo, in quanto all'epoca dei fatti era solo un ragazzino, ma ricordava la fame. Perciò appena maggiorenne, aveva deciso di cercare un lavoro e, pur senza esperienza, fu assunto all'hotel.

Alla fine lo stipendio non era male, inoltre era incluso vitto e alloggio. Ciò che veramente detestava era la gente che frequentava l'albergo e i loro proprietari: esponenti sprezzanti e altezzosi dell'élite inglese. Non aveva mai sopportato le ingiustizie sociali, infatti spesso in passato si era ribellato ad esse. Adesso, però, se voleva mantenere il posto di lavoro, era costretto al silenzio. Si concedeva solo di tanto in tanto qualche occhiataccia riservata ai clienti avari, che non mollavano nemmeno uno scellino di mancia.

Sebbene ci fossero infinite mansioni da svolgere e poco personale, poteva capitare che si annoiasse mentre aspettava all'ingresso. Di conseguenza, faceva ricorso a svariati espedienti per ammazzare quei momenti morti. Il suo passatempo preferito era sempre stato quello di osservare le migliaia di ospiti che soggiornavano all'hotel. Di tanto in tanto s'imbatteva in qualche viso familiare, ma per la maggior parte erano vistosi sconosciuti. Adorava indovinare il motivo della loro permanenza solo in base al loro aspetto, e nel tempo era diventato piuttosto bravo nel farlo. Grazie al suo infallibile intuito, era in grado di cogliere le manie e le passioni più nascoste della loro psiche. Addirittura spesso scommetteva con gli altri domestici, giurando di riuscire a scoprire i segreti di tutti gli ospiti.

Si divertiva a studiare quella gente così diversa da lui e dall'ambiente da cui proveniva. Gli sembravano tutti così drammaticamente esagerati, simili ai personaggi di una commedia. In effetti, era proprio come assistere ad uno spettacolo teatrale, oppure di stare allo zoo. Memorizzava all'istante le figure più singolari e interessanti, immaginando la loro vita al di fuori dell'albergo. A volte si affezionava a certi clienti, altre invece arrivava ad odiarli fino alla morte.

Ma chi aveva conquistato il suo disprezzo nella maniera assoluta era il signorino Clive Durham, figlio dei proprietari e quindi anche prossimo erede. Negli anni passati non si era mai degnato di farsi vivo all'hotel, ad eccezione di poche sporadiche occasioni in cui si tenevano feste organizzate dai suoi familiari. E durante queste brevi apparizioni si era dimostrato un giovane uomo snob e cinico. Sebbene fossero coetanei, Alec percepiva un senso di inferiorità in sua presenza a causa di quell'atteggiamento classista. Tutti i domestici erano della stessa idea, tuttavia cercavano di nasconderlo a tutti costi.

Da qualche mese a questa parte, in verità, Clive stava visitando l'edificio più spesso fino ad diventare una presenza fissa per la gioia di Alec. Questo strano cambiamento era dovuto al fatto che, avendo compiuto ventiquattro anni, presto avrebbe ereditato l'attività di famiglia, e quindi doveva imparare al meglio il mestiere. Sarebbe stato un intento nobile, se non sprecasse il suo tempo a girovagare tra i sontuosi corridoi e le suite lussuose. Era risaputo che fosse un giovane uomo intelligente, in quanto aveva frequentato Cambridge laureandosi col massimo dei voti; dunque la sua pigrizia dovuta all'ozio tipico dei ricchi sorprendeva i domestici. Invece di darsi da fare, si limitava a passeggiare pensieroso e a guardare dall'alto in basso chiunque gli ostruisse la strada.

Era capitato che portasse al suo seguito un paio di amici, probabilmente ex-compagni di università, ma nessuno di questi, seppur lusingato all'idea, si era mai fermato a dormire lì. Nessuno tranne uno.

"Scudder! Aiuta questo gentiluomo a trovare la sua camera". Alec fu risvegliato dal suo sogno ad occhi aperti da un ordine proveniente dal vecchio Simcox, maggiordomo storico del Grand Durham Hotel. Si avvicinò immediatamente al cliente e lo salutò con un inchino. La chiave che gli era stata consegnata alla reception era la 340, una suite molto carina ma modesta rispetto alle altre. Mentre si faceva carico del suo bagaglio, si rese conto di quanto fosse leggero. Classico ospite sulla trentina venuto a Londra in cerca di fortuna nella Borsa. "Mi segua, signore" affermò Alec, poi si incamminò verso l'ascensore.

Mentre raggiungevano il terzo piano, ebbe modo di osservare il cliente con attenzione. La sua fisionomia così ordinaria e inglese, però, subito lo stancarono. Pertanto, tentò di liberarsene il prima possibile. Una volta giunti a destinazione, il gentiluomo gli offrì tre scellini di mancia: l'ennesimo ospite tirchio. Tuttavia Alec li accettò di buon grado, contento di poter tornare alla reception.

Una volta giunto nell'atrio, si avvicinò al bancone e vi appoggiò con noncuranza i gomiti. "Buongiorno Milly" salutò, sebbene fossero quasi suonate le dodici. L'amica, concentrata nel suo lavoro, sorrise distrattamente senza incrociare il suo sguardo. Alec però non si offese. I due si conoscevano ormai da tre anni, visto che entrambi erano impiegati dell'hotel. Milly era stata assunta come domestica ma, data la sua abilità nel fare i conti, spesso sostituiva i suoi colleghi maschi alla reception. Al suo arrivo, era saltata subito agli occhi di Alec e c'era stato anche un breve periodo di corteggiamento, che alla fine si era rivelato vano. Tuttavia rimanevano legati da una solida amicizia.

"Quanto soggiorna il tipo della 340?" chiese mentre cercava di sbirciare tra i vari documenti.
"Lo sai che non posso dirtelo" rispose Milly, comprendendo all'istante le intenzioni dell'amico. Le labbra di Scudder si arricciarono in una smorfia scherzosa. "Sono disposto a dividere la mancia che mi ha dato se me lo dici" offrì in un azzardato tentativo di persuasione. La giovane sospirò:"Te li puoi tenere quei quattro spiccioli che gli hai spillato". Alec rise, poi accettò la sconfitta.

Si voltò verso l'ingresso e tornò ad osservare quel porto di mare. Notò un bambino che piangeva e la madre imbarazzata che tentava di calmarlo. Furono presto raggiunti dal padre, che zittì il figlio con un giocattolo nuovo di zecca. Era proprio un bel quadretto, come quelle famiglie che si vedevano in televisione. Eppure tutta quella perfezione lo infastidì, quindi cambiò soggetto. Ed ecco un uomo dirigersi verso l'ascensore mentre fumava una pipa. Aveva un portamento strano, forse era rimasto zoppo a causa della guerra. In effetti il volto severo ed emaciato da soldato lo aveva. Prima che potesse giungere ad un verdetto, però, il signore svanì dal suo campo visivo.

"È il tuo turno di spolverare il salone regency, non te lo scordare" lo avvisò Milly sovrappensiero. Quando ad Alec non piaceva una mansione, ricorreva ai più fantasiosi stratagemmi pur di evitarla. Quindi, stavolta la ragazza aveva deciso di beccarlo prima del tempo.
"Non può farlo Simcox? Mi deve un favore" ribatté lui appigliandosi ad una vana ancora di salvezza.
"No, è il tuo turno. E semmai sei tu che devi un favore a lui, per tutte le volte che ti ha coperto" esclamò rigida Milly.
Alec avrebbe voluto continuare a discutere, ma dei nuovi clienti l'avevano raggiunta al bancone. Pertanto sbuffò irritato, in prospettiva del lungo pomeriggio che lo aspettava.

Si guardò i mocassini nuovi che in qualche modo era già riuscito a sporcare. Sebbene avesse imprecato sottovoce per l'accaduto, fu sentito da un'anziana donna, che gli rivolse un'occhiata di disprezzo e farfugliò qualcosa sul carattere indisponente della servitù. Ispezionò i suoi guanti e fu sollevato nello scoprire che erano ancora impeccabili. Infine tornò alla sua posizione iniziale, in attesa di nuovi clienti. Dopo una manciata di minuti non riuscì a trattenere uno sbadiglio, dovuto alla mancanza di sonno. Era stanco e annoiato. Si chiese se avrebbe potuto abbandonare la reception per andare nell'immenso giardino, con la scusa di dover raccogliere le foglie cadute. Stava quasi per coronare questa sua intenzione, quando due nuove figure fecero il loro ingresso nell'hotel.

Uno era Clive Durham, il piccolo proprietario. Sembrava star ridendo di gusto per qualche trovata del suo amico. Era entrato senza neanche salutare i domestici che lo avevano accolto, tipico del signorino. Teneva in mano un libro vecchio e logoro, molto probabilmente un classico greco. L'attenzione di Alec, però, fu catturata immediatamente dal misterioso accompagnatore.

Anche lui sfoggiava un sorriso divertito, benché lo facesse con maggior moderazione. I capelli dorati brillavano alla luce del sole, donando alla sua figura un qualcosa di divino. E che dire di quegli occhi azzurro-grigio, che ridevano con le labbra rosse. Nonostante non avesse compiuto nessun gesto eclatante, la sua presenza s'impose in quell'atrio palloso che improvvisamente divenne interessante. Alec lo conosceva solo come signor Hall, tuttavia era chiaro che fosse molto legato a Clive. Notò infatti che una mano del signor Durham era nascosta sotto il braccio dell'amico.

Non era la prima volta che visitava l'hotel in sua compagnia, anzi spesso lo intimava a pernottare lì sempre nella stessa suite: la camera blu. Ormai quella stanza era riservata al signor Hall e non poteva essere profanata da nessuno. Non molti fecero caso a questa strana coincidenza eccetto Alec, consapevole del fatto che la camera di Clive si trovava sullo stesso piano. Aveva speculato spesso sull'insolita amicizia dei due: sapeva che avevano frequentato Cambridge insieme, ma il loro legame non poteva essere etichettato come quello che unisce due ex-compagni di università. Erano parecchio più vicini.

Osservò un vecchio domestico prendere il cappotto del signor Hall, rivelando un abbigliamento elegante al di sotto. Fu allora che si rese conto della valigia che trasportava. Senza neanche pensarci si fiondò nella loro direzione, ma fu anticipato da un altro facchino. Deluso, tornò accanto al bancone. I due però non si avvicinarono per il check-in e presto svanirono nell'ascensore.

Alec, che non aveva staccato gli occhi neanche per un attimo da quella figura accattivante, iniziò a tartassare la povera Milly di domande. "Per quanto resterà all'hotel?" chiese con la stessa euforia di un cucciolo.
"Di nuovo, non posso dirtelo".
"Dai Milly, lo sai che con il signor Hall è diverso. Quello è capace di soggiornare per anche due mesi interi o per una sola notte" insistette sbattendo i gomiti sulla superficie in marmo.
La ragazza sospirò e stavolta fu lei ad accettare la sconfitta. "Due giorni".
"Così poco?" pensò Alec ad alta voce. Nonostante lo sconforto, si disse che avrebbe dovuto capirlo dall'unico bagaglio che portava con sé.

Non riusciva a spiegarsi il motivo di quella sensazione malinconica. In fondo il signor Hall non lo conosceva: per lui Alec era uno dei tanti facchini dell'albergo. Eppure l'inconscio di Alec desiderava scoprire tutto su quell'uomo. Voleva venire a capo di quell'alone di mistero che lo avvolgeva. In aggiunta, il signor Hall era l'unico che sfuggiva al suo fiuto: davvero non riusciva a metterlo a fuoco. Per adesso era solo il migliore amico di Clive che lo seguiva dappertutto come un cagnolino.

"Scudder! Mi senti?" esclamò Simcox, riportandolo alla realtà. "Aiuta questo buon uomo con le valigie, poi aspetto di vederti nel salone regency" indicò un signore seduto all'ingresso, che si guardava attorno spaesato. Alec sbuffò, guadagnandosi un colpetto di rimprovero sulla testa. Mentre saliva con il montacarichi, dannò quella noiosa giornata.

Dopo un fugace pranzo, si recò nell'immenso salotto munito di scopa e paletta. Aveva abbandonato l'orribile giacca e il cappello nella sua stanza, quindi ora indossava un gilet rosso con bottoni color oro, una camicia non stirata e un paio di pantaloni grigio scuro. Odiava quell'abbinamento, ma la scelta era tra quello o la giacca infernale. Quanto ai riccioli, li aveva dovuti pettinare per assumere un aspetto meno ridicolo. Milly gli aveva ceduto la sua attrezzatura, dunque ora si apprestava a svolgere quella mansione una volta per tutte.

Aveva iniziato dalle mensole, spolverando con un panno tutti i gingilli posizionati sopra. Li ispezionava uno per uno, stimando il loro valore. Qualunque esso fosse era una spesa troppo elevata per il suo portafoglio, pertanto si curava di non romperli o danneggiarli. Era trascorsa appena mezz'ora, eppure le braccia gli dolevano già per la fatica. Decise di prendersi una pausa, perciò si lasciò cadere su uno dei divani. Era straordinariamente comodo e il tessuto avvolgeva calorosamente il suo corpo stanco.

Si massaggiò le tempie, alleviando il mal di testa. Riposò gli occhi per qualche secondo e subito rischiò di addormentarsi. Preferì evitare il pericolo tenendosi impegnato. Afferrò un libro che era stato abbandonato sul tavolino in mogano e lo maneggiò goffamente, come se fosse il suo primo incontro con un volume. In realtà sapeva sia leggere che scrivere, ma non era un assiduo lettore. Tuttavia gli piaceva il profumo e la consistenza della carta, tanto che spesso si rifugiava nella piccola biblioteca dell'hotel solo per aggirarsi tra gli scaffali colmi di storie lontane e fantastiche.

La copertina di questo libro era un bel bordeaux e al suo centro vi si trovava il suo titolo e il suo autore. "Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde" mormorò quasi per memorizzarlo. Aveva sentito parlare di quello scrittore inglese, ma in quel momento non ricordò nessuna informazione in particolare. Aprì il volume e lesse la prima riga. Si concentrò sul serio, immaginando le avventure che gli avrebbe riservato quella lettura. Non era arrivato neanche a fine pagina che udì la porta scricchiolare.

D'istinto si alzò in piedi e lasciò il libro sul divano. Sentiva di essere stato colto con le mani nel sacco, anche se effettivamente non stava compiendo niente di male. Ancor peggio la persona che era appena entrata era proprio il signor Hall, subito seguito da Clive: Alec concluse che qualcuno aveva scagliato il malocchio contro di lui. Salutò il padrone con un inchino rapido, poi tornò al suo lavoro. Si diede dello stupido mentalmente per quell'atteggiamento inappropriato.

"Scudder, ti ci vuole ancora molto?" chiese Durham, infastidito dalla sua presenza. Prima che potesse rispondere, l'amico lo interruppe:"Lasciamolo lavorare in pace, Clive. Ci metteremo poco" e rivolse un sorriso di cortesia al domestico.
Era la prima volta che Alec ascoltava distintamente la voce del signor Hall. Era così familiare, da infondergli un senso di tranquillità. Annuì e dovette lottare contro i propri muscoli pur di non ricambiare il sorriso.

Clive non era ancora del tutto convinto, tuttavia si lasciò persuadere. Si sedette sul divano che Alec aveva dovuto liberare e si mise a farfugliare sulla politica. L'amico lo raggiunse, non perdendo nemmeno una parola di quel discorso. Terminato quell'argomento i due cominciarono a leggere il volume che Alec aveva visto Durham trasportare. Così scoprì che si trattava del Simposio di Platone, un trattato filosofico sull'amore. Sebbene fosse curioso, non riuscì a cogliere molto dai sussurri dei due lettori. Quindi si limitò ad occupare un ruolo di sfondo e continuare a spolverare.

Quando si stancarono di Platone e le sue idee, intrapresero un acceso dibattito sulla religione e sull'esistenza della Trinità. Il cinismo di Clive venne rivelato dopo poche battute, che affascinarono il signor Hall. Difatti da un po' aveva smesso di rispondere alle provocazioni, essendo troppo impegnato a contemplare l'amico. Alec si sentì di troppo e desiderava finire il lavoro il prima possibile. Velocizzò i suoi movimenti, pur non prestando attenzione alla qualità dei suoi sforzi. Finalmente stava spazzando, il che significava che presto avrebbe abbandonato il salone.

Tentò di fissare il suo sguardo al pavimento, eppure gli sfuggì qualche occhiata fugace alla coppia. Per un attimo gli parve di aver visto il signor Hall sistemare una ciocca dei capelli neri di Clive: un gesto intimo non destinato ad occhi indiscreti. Una folata di gelosia gli soffiò nel petto, ma prontamente la scacciò via. Subito dopo, forse per l'imbarazzo, Durham si alzò e con una scusa si allontanò dalla stanza. Così Alec rimase da solo con quell'uomo indecifrabile.

Imprecò contro l'architetto dell'albergo per aver progettato un salone enorme e inutile. Il signor Hall, invece, si accese semplicemente una sigaretta. Una leggera nube grigia si alzò fino al soffitto e poi svanì nel nulla. Voleva fumare anche lui, ma di certo non poteva chiedere ad un ospite una sigaretta.
All'improvviso udì un sommesso: "Il fantasma di Canterville, eh?".
Si girò verso la fonte di quel suono con lo sguardo perplesso.
"Lo stavi leggendo, non è vero? Prima che io e Clive entrassimo" chiarì il signor Hall con tono garbato. Non era tenuto ad intrattenere una conversazione con un domestico, eppure aveva deciso di farlo lo stesso. Forse non sopportava a lungo il silenzio.

"Si, signore" rispose e aggiunse delle scuse per il comportamento non consono. Il suo interlocutore si mostrò compiaciuto e lo tranquillizzò:"Va tutto bene, ehm"
"Scudder" intervenì in suo aiuto.
"Giusto" borbottò il signor Hall, poi abbandonò il comodo divano e, con un sorriso enigmatico sul volto, se ne andò anche lui.